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Ha ispirato poeti e letterati soprattutto per la
sua durezza, per i suoi contrasti, per i suoi ricordi di guerra
e di morte. Da Rainer Maria Rilke,
autore delle Elegie Duinesi, a
cui è dedicata una splendida passeggiata
sul ciglione carsico che da Duino
arriva sino a Sistiana,
ai reduci della Prima Guerra Mondiale, dall'irruente vitalità
di Slataper sino ai presagi di tristezza
e di morte di Susanna Tamaro.
In
mezzo gli autori sloveni: da Srecko Kosovel,
morto a soli trent'anni, a Igo Gruden,
il poeta di Aurisina.
Tra i loro temi di base la vita come quotidiano sacrificio, il senso
di solitudine, l'alienazione e il presentimento della morte.
Questo è il Carso letterario.
"Il mio Carso", il Carso
di Scipio Slataper, triestino giovanissimo
poi morto in guerra, è "duro, rotto, affannoso".
La sua bellezza è quasi un emblema morale, svela, a chi ne
sa cogliere il senso, una lezione di vita. La natura, descritta
in modo preciso e violento, carico di tensione morale, è
ricerca di un rigoroso senso del vivere.
"Conoscevo quel terreno come la lingua la bocca" - scriveva
Slataper, - "Camminando guardavo
tutto con affetto fraterno. (...). Perché la terra ha mille
patimenti".
Poi Giani Stuparich, anche lui irredento,
come Slataper, anche lui soldato.
Sul Carso, insieme al fratello Carlo. In "Guerra
del '15", una memoria di fatti, sentimenti e sensazioni,
rivive la guerra, dalla stazione di Portonaccio, a Roma, alle trincee
del Carso. Un Carso irriconoscibile, stravolto. Un Carso che Carlo
e Giani frequentavano da ragazzi, per allegre scampagnate, e che
adesso ritrovano tomba di un'intera generazione.
Ancora, i ricordi di Giuseppe Ungaretti,
fante del XIX fanteria, sul Carso. E la scoperta, amara, che la
guerra era ben diversa da come l'avevano idoleggiata la retorica
dannunziana e il fanatismo esaltato dei futuristi.
Poi il male di vivere, contemporaneo, di Walter, protagonista di
"Anima Mundi", di
Susanna Tamaro. Un'autrice nata e vissuta sul Carso, ad Opicina.
Walter, scappato da casa, dal Carso, perché "era ben
buffo fare un picnic su un prato che si era nutrito di tante vite
precocemente spente", perché la vita in famiglia, in
quel piccolo paesino delle provincia triestina, era un inferno.
Ma poi ritornato, perché "l'odore della primavera mi
turbava, mi faceva venir voglia di essere in un posto diverso, avevo
nostalgia delle lunghe passeggiate sul Carso, ero sicuro che mi
sarebbe bastata una giornata lassù a camminare in solitudine
tra i prati bruciati dall'inverno e i primi crochi per avere le
idee più chiare e capire ogni cosa".
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