Malchina è un abitato che si sviluppa attorno ad un
nucleo storico databile verso l'anno 1000. Nelle vicinanze ci sono
doline di modeste dimensioni, alcune grotte e la sorgente
Studenec. Il terreno circostante è coltivato a vitigno,
alternato alla presenza di prati e pascoli. L'insediamento di Malchina
viene annotato per la prima volta in uno scritto del 1113 con il
nome di Malchinasella: tra il 1077 e il 1084 il patriarca di Aquileia
aveva donato al convento Belligni e al suo abate la chiesa
di S. Giovanni al Timavo e l'abitato di Malchina.
I libri fondiari del XV e XVI secolo riportano alcune curiosità
sul tipo di vita che si conduceva allora: i conti di Duino
obbligavano i contadini a realizzare particolari reti per la caccia
agli uccelli, a procurare la selvaggina e donare 1/10 del raccolto
d'uva all'anno. La parrocchia di Malchina, che includeva Ceroglie
e Medeazza, doveva anche provvedere
al sostentamento del parroco di S. Giovanni
al Timavo. Ogni anno, il giorno di S. Margherita, i contadini
dovevano organizzare una fiera che si teneva a S.
Giovanni al Timavo. Ogni contadino era tassato annualmente
con la consegna di 4 galline, 4 galli, 3 carretti di legna, 2 carri
di fieno; inoltre dovevano prestare la loro opera a castello come
guardiani e nei lavori di restauro. Un'altra attività, comparsa
all'inizio del '900, era la coltivazione del baco da seta (già
esistente nel periodo romano). Nel 1854 venne aperta la scuola che,
inizialmente, venne ubicata nell'edificio di fronte il palazzo comunale,
sulla piazza. Nel 1856 Malchina divenne
comune indipendente con 508 abitanti. In questo periodo vennero
suddivisi in parti uguali fra gli abitanti i terreni appartenuti
al ducato di Duino, operazione che durò dal 1872 al 1876.
Nella metà del XIX secolo venne introdotto anche l'allevamento
di ovini.
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Da fonti storiche, la chiesa
di S. Nicola a Malchina risale
al 1305 (inizialmente dedicata a Santa Domenica), anche se si può
supporre che esistesse già nell'anno 1000, anno in cui viene
datata l'origine dell'insediamento. Venne probabilmente distrutta
dai turchi tra il 1476 e il 1483, periodo di maggiori incursioni.
Negli scritti del primo arcivescovo di Gorizia, Carlo Michele Attems
(1750-1774), che periodicamente visitava questi luoghi, si legge
che la chiesa dipendeva dalla parrocchia di S.
Giovanni al Timavo. Attorno la seconda metà del XVIII
secolo venne restaurata e furono sostituiti il pavimento in pietra
e il soffitto in legno; vennero realizzati tre altari, uno in legno
e due in gesso; attorno la chiesa c'era il cimitero (spostato ai
margini dell'abitato nel 1885) e davanti l'ingresso un canale e
nel 1796 venne eretto il campanile.
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